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Storie di camionisti: puoi mollare il tuo camion ma lui non molla te!

Redazione Online by Redazione Online
21/07/2019
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Secondo Aurelio “puoi mollare il tuo camion ma lui non molla te!” Quando faceva l’autista, Aurelio si domandava sempre: “Ma chi me lo fa fare?”, fino a che non ha deciso di piantare tutto. Peccato che scendere dal camion non sia tanto facile. 

Quando mollare il tuo camion è troppo difficile: la storia di Aurelio

«Ma chi me lo fa fare? Me lo dicevo sempre, quando partivo la mattina alle tre, quando qualcuno mi trattava male al magazzino e anche quando c’erano gli impiegati degli uffici che, se li salutavo, nemmeno mi rispondevano. Ma chi me lo fa fare?». Comincia così la confessione di Aurelio Martenza, 49 anni, autista da 22 (quasi 23), con base a pochi passi da Bologna, sposato con un figlio. Insomma, anche lui ha pensato per anni quello che pensano tutti: “Ma chi me lo fa fare?” e alla fine ha preso una decisione di quelle che possono cambiare radicalmente la vita. Naturalmente Aurelio non ha fatto la sua scelta a cuore leggero, ci si sono messi in mezzo ostacoli e complicazioni, ma alla fine ha deciso. Per capire, però, che ha fatto e com’è andata poi, sentiamo la sua testimonianza.
«Per forza – riprende – correvo sempre, lavoravo per un bravo trasportatore, ma che premeva, voleva che mi sbrigassi, che ai magazzini mi facessi valere… perché anche lui era pressato dai clienti che stavano sempre lì ad abbassare i costi e a fargli multe sui ritardi. E poi io, sul mio Scania da 480 cv Streamline, facevo soprattutto Emilia, Veneto e Toscana. Erano pochi chilometri di autostrada e tanti chilometri di Statali e Provinciali, con traffico, rotonde, paesi e tutte le volte mi facevo la stessa domanda: “Ma chi me lo fa fare?”. Forse era colpa dello stress, forse del lavoro che mi sembrava sempre più pesante, ma piano piano sentivo svanire l’entusiasmo. Insomma, più chilometri facevo e più mi sentivo depresso».

Mollare il tuo camion è troppo difficile: la scusa della passione

Nella vita di Aurelio quella fatidica domanda: “Ma chi me lo fa fare?”, si ripete sempre più spesso. Quando litiga per strada con qualche automobilista; quando a fine mese prende lo stipendio, che è sempre troppo basso; quando pensa che il figlio sta crescendo senza di lui e che la moglie in casa gli sta facendo sia da madre che da padre. E poi pensa sempre che quel lavoro lo sta stancando. «Mi capitava quando in un’area di servizio trovavo un bagno sporco, quando dormivo in cabina e volevo il mio letto… e insomma, in tutti i momenti della vita di un camionista. Però, mi davo sempre una risposta: non puoi mollare – mi dicevo – perché tu quando ti metti al volante, ti senti un altro. Hai quell’accidente di malattia che si chiama passione…». Così, in nome di quella passione, Aurelio stringe i denti e va avanti. Fino a un giorno terribile… «Tornavo da un viaggio – racconta – con quel solito giro di pensieri in testa. Arrivo sul piazzale e vedo, vicina agli uffici, un’ambulanza con gli infermieri e un dottore. E poi esce una lettiga che viene caricata in fretta sull’ambulanza. La moglie del principale arriva di corsa e sale anche lei, con la faccia stravolta. Il mio capo ha avuto un infarto…». Senza il titolare, l’azienda funziona male. La degenza all’ospedale è lunga e lui, quando torna in ufficio, è un’altra persona. Così, arriva un socio che ha preso un 30% del capitale e che si mette a fare il boss. «Non lo sopportavo – spiega Aurelio – non capiva niente di camion e tanto meno di camionisti, così, una sera, all’ennesimo litigio, gli ho detto che me ne andavo!».
Aurelio ha agito in un momento di rabbia, ma da tempo pensava a un’alternativa. Mio cugino – spiega – stava rilevando un bar e mi aveva chiesto se volevo partecipare. A quel punto gli dissi di sì. Così, presi il mio TFR e mi misi in società con lui». Sembra un miracolo, ma il bar di Aurelio e di suo cugino, che è piccolo, ma ben illuminato, offre buona birra e ha dentro due gestori sempre di buonumore, decolla rapidamente. «Niente di eccezionale – puntualizza il nostro amico – ma riuscivamo a tirar fuori uno stipendio decente. E poi c’era l’entusiasmo degli inizi. Mi sembrava tutto nuovo e tutto bello». 

Mollare il tuo camion è troppo difficile: l’unica vita possibile

«Un giorno, però – continua Aurelio – mentre siamo davanti alla tv, mia moglie mi guarda e mi chiede: “Ci pensi sempre, vero?”. Lei è una di poche parole, ma quelle che dice pesano. Mi aveva osservato in silenzio e aveva capito tutto. E così, proprio lei, che era uno dei motivi per cui ero sceso dal camion, mi incoraggia: “Guarda – mi dice – che di bravi autisti non ce ne sono, se fai un fischio, trovi dieci ditte e dieci camion uno più bello dell’altro!”». Aurelio esita: che succede con il bar? E la famiglia? Dovrà di nuovo fare a meno di lui? Ma la soluzione è semplice: sua moglie si occuperà del bar e Aurelio potrà di nuovo risalire su un camion. E, quanto alla famiglia, basterà cercare di tornare a casa un po’ più spesso. E poi, il piccolo farà come fanno i figli dei camionisti, che sono cresciuti tutti sani e forti.
«Non capita spesso che la vita ti offra un’altra occasione – commenta Aurelio – ma a me è andata bene. Ed è stato facile come non mi sarei mai aspettato. C’era un padroncino che conoscevo e che è venuto nel nostro bar a festeggiare un nuovo camion che aveva comprato. Gli affari gli andavano bene, si voleva allargare e mi ha offerto di lavorare con lui… e io gli ho detto subito di sì. Ora, viaggio su un Actros che è le sette meraviglie e sul quale finalmente sono tornato me stesso, ma con una nuova consapevolezza.

Ho raccontato la mia storia per ricordare che cosa abbiamo nel cuore a tutti gli autisti che si sentono stanchi e che, come me, si domandano: “Ma chi me lo fa fare?”. Pensateci bene, perché la nostra è una vita pazzesca e che magari ti pesa, ti fa soffrire, ma per chi ha un po’ di passione, è l’unica vita possibile. E io ne sono la prova

Tags: actrospassione camionScania da 480 cv Streamlinevita da camionista
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