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Storie di camionisti:” ho rischiato di morire e sono diventato ricco”

Redazione Online by Redazione Online
01/08/2019
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Dopo un ictus e un’ischemia, con il rischio di morire, è dovuto scendere dal camion, ma in un lungo viaggio con la famiglia Paolo Goaty ha deciso di vivere la sua vita al massimo e ha fatto una scelta “da matto”.
Abbiamo raccolto la testimonianza di Paolo Goaty (dalle sue parti lo chiamano Paul), un camionista inglese, con mamma italiana, con una bella famiglia e una vita tranquilla, che in una sola notte, ha attraversato l’inferno, si è ritrovato in ginocchio, ha affrontato mesi di duro calvario, poi – quando era ormai senza speranze – ha affrontato un lungo viaggio con la famiglia e ha deciso che non si doveva arrendere. Così è diventato ricco. 

Ho rischiato di morire e sono diventato ricco

«Per me – ci racconta Paolo – il 2016 è stato brutto, ma il 15 marzo 2016 è stato addirittura terribile. A quell’epoca lavoravo per la GMA, un’azienda di trasportil ogistica di Ipswich. La sera del 14 avevo parcheggiato il mio Volvo FH12 e mi ero fermato a dormire al caffè di Riverside di Colnbrook (vicino a Londra), che ha anche qualche stanza. La mattina dopo, mi ero svegliato verso le 7.30 dopo aver dormito 10 ore. Non avevo alcun dolore, ma mi sentivo stanco e affaticato. Dovevo arrivare in una ditta lì vicino, caricare e portare tutto al porto di Southampton. Scesi giù e chiesi la colazione. La signora alla cassa, però, mi guardò allarmata. Forse pensava che fossi ubriaco. Mi sedetti a un tavolo, bevvi il primo sorso di tè e mi sentii tutto caldo… il liquido mi stava scendendo dalla parte destra del mento» Ero confuso – continua Paolo – così, appena fuori, mi avvicinai al camion e telefonai a mia moglie. “Chiama l’ambulanza!”, mi strillò lei, ma io dovevo prima chiamare la GMA, per avvisarli che stavo male. Ero preoccupato, perché non volevo far tardi, non volevo mettere nei guai né i clienti né la mia azienda, ma non mi accorgevo che intanto mi si stava fulminando il cervello! In ufficio si misero in movimento e il fleet manager mi disse di andare subito all’ospedale, che mi avrebbero mandato qualcuno».
«Dopo due ore – spiega Paolo – arrivò Darren, un collega che prese il mio Volvo, e poco dopo arrivò anche mia moglie, che mi fece salire in macchina e mi portò al pronto soccorso di Ipswich. Quando mi misurarono la pressione, l’apparecchio impazzì e l’infermiera mi guardò sbalordita: “Forse è rotto – disse – vado a prenderne un altro”. In realtà, la mia pressione era 240 su 120. Capii in un attimo che ero nei guai, poi tutto il resto è un ricordo nebuloso. Ogni tanto aprivo gli occhi e mi guardavo intorno. Mi avevano messo su una lettiga e mi avevano fatto una TAC e poi mi sistemarono in reparto. Passai la notte lì e la mattina, quando mi svegliai, scoppiai a piangere. Un incontrollabile, profondo singhiozzo, mentre capivo la gravità della mia situazione. Fu un’esperienza terribile».

Ho rischiato di morire per colpa dello stress

«Più tardi, il medico di turno mi disse che, durante la notte a Colnbrook, avevo avuto un ictus, che mi aveva causato alcuni danni cerebrali. Tornato a casa dormii praticamente per un mese, svegliandomi solo per mangiare a andare al bagno. In realtà, non stavo tanto male e infatti i medici non riuscivano a capire che cosa mi fosse successo. Però la pressione non scendeva e questo – secondo loro – poteva spiegarsi solo con lo stress. Intanto, però, mi avevano sospeso la patente per 4 settimane. Non potevo lavorare e non ce l’avrei nemmeno fatta. Ma subito dopo mi fermarono per altri 12 mesi. Fu un colpo e, giorno dopo giorno, cominciai a sentirmi sempre più solo e triste… stavo scivolando lentamente nella depressione. Ma non finì lì, perché qualche tempo dopo ebbi una “ricaduta”». «Mia figlia faceva la cameriera part-time in un ristorante e io, tanto per rendermi utile, ero andato a prenderla in macchina. Mentre guidavo, lei mi guardò e mi disse: “Hai una voce strana e la tua bocca pende da un lato”. Mi allarmai subito, tornai a casa e con mia moglie corremmo all’ospedale. I medici mi guardarono e videro che avevo  avuto una piccola ischemia. Niente di grave, ma in quel momento mi resi conto che non sarei più salito su un camion… «Dovevo rassegnarmi a vivere con una pensione di invalidità e con qualche risparmio che ero riuscito a mettere da parte. Avevo 52 anni e la mia vita sembrava già finita. Ma a quel punto, una sera, davanti alla tv, mi venne un pensiero strano. Per me e mia moglie, viaggiare era stato sempre un sogno nel cassetto. Sarebbe stato bello organizzarci e partire tutti insieme, lei, io e i nostri 4 figli. Decidemmo che la vita era troppo breve per stare fermi a piangere sui nostri guai e ci concedemmo due mesi per sistemare tutto e poi saremmo stati fuori per almeno sei mesi». «Comprammo un rimorchio, lo riempimmo con tutte le nostre cose, comprese due tende, lo attaccammo alla nostra Land Rover e partimmo. Facemmo un giro per l’Inghilterra, il Galles, la Scozia e arrivammo fino in Irlanda. Fu un’avventura fantastica per la nostra famiglia, durante la quale camminai, mi arrampicai…

Ho rischiato di morire e poi la rinascita

«Da quel momento è cominciata la nostra scalata. Mia moglie e io abbiamo aperto una piccola azienda. Prima di tutto, ho preso un Volvo FH12 usato. Ha tre assi e una gru dietro la cabina, l’ho fatto verniciare di nero e ho fatto un leasing che non finisce mai. Però, sulla tabella, ci ho messo il nome dell’azienda: “Goaty Trucking Ltd.”. Poi ho adocchiato un ragazzo che poteva farmi da autista e subito dopo sono andato in giro a cercare lavoro. Non è stato difficile trovarlo. Dalle mie parti conosco molte aziende, perché mi ci fermavo spesso a caricare e scaricare. Ho alcuni  amici e sono riuscito a farmi dare qualche opportunità. Grazie alla mia gru, ho preso qualche lavoro per portare container. I primi viaggi che ho fatto (o meglio, che ha fatto Jeremy, il mio autista) li ho seguiti guidando da lontano, con il cuore… È stata un’esperienza molto forte, perché sentivo che stavo rinascendo».
«Ma non mi sono fermato. Ho continuato a investire sul nostro futuro. Ho incontrato Darren, il mio collega che era venuto a sostituirmi quando mi ero sentito male. Si era licenziato dalla GMA e gli ho proposto di lavorare per me. Così, visto che mi chiedevano più viaggi, ho preso un altro camion e ho allargato la mia azienda. Insomma, ho vissuto un momento devastante della mia vita, ma sono riuscito a trasformarlo in un’opportunità. Sembra una frase banale, ma durante quel viaggio attraverso l’Inghilterra ho capito che non mi dovevo arrendere e che c’era comunque una speranza, che potevo puntare ancora su di me. E ce l’ho fatta. Dico a tutti che sono diventato ricco. Non è vero… devo pagare i miei camion, devo pagare gli autisti, devo ancora rafforzarmi, ma dentro sono un vero milionario e, presto, diventerò anche ricco. Ricco sul serio!»

Tags: camioncamionistastorie di camionistivita da camionista
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