12 Agosto 2019

Le strade? Cadono a pezzi

In Italia, i 132.000 km delle strade secondarie cadono a pezzi. È stato calcolato che servirebbero almeno 6,1 miliardi all’anno per la loro manutenzione, ma si spendono appena 500 mila euro. 
Tra i tanti aspetti tragici, il crollo del ponte Morandi ne ha avuto almeno uno positivo: ha messo in luce le condizioni davvero preoccupanti delle nostre strade. E sono emerse alcune cifre che spiegano perché siamo ridotti così male. La Fondazione Filippo Caracciolo (che è il Centro studi dell’ACI) ha chiarito che, per mantenere in efficienza la rete stradale provinciale (solo quella!) servono 6,1 miliardi all’anno (1,7 per la manutenzione ordinaria e 4,4 per quella straordinaria). Quanto si spende invece? Appena 500 mila euro all’anno. Una cifra che fa ridere e che piazza l’Italia in fondo alla classifica europea. Ma vediamo meglio i numeri di questo disastro…

Le strade italiane cadono a pezzi 

Mantenere in efficienza una strada secondaria costa più o meno 46.000 euro al km e questo significa che sui 132.000 km della nostra rete regionale e provinciale, quest’anno abbiamo fatto interventi solo sull’8%. E il resto? Come ha dimostrato il crollo del ponte di Genova, il tesoro della nostra rete secondaria è stato abbandonato. Le strade hanno subìto smottamenti, abbassamenti del piano stradale, problemi di aderenza della pavimentazione, della segnaletica, delle barriere di sicurezza e chi più ne ha più ne metta. Spesso chi viaggia su questi percorsi trova buche, rappezzi che sono peggiori delle stesse buche, instabilità delle cunette, delle scarpate e, come ormai sappiamo, dei ponti (anche di quelli meno importanti). Il problema è che quei 6,1 miliardi bisognerebbe spenderli ogni anno, ma noi ormai abbiamo arretrati importanti che richiederebbero un impegno economico ancora maggiore (secondo alcune fonti, si tratta di 42 miliardi!). Eppure, teniamolo presente, non sarebbero soldi spesi male. Secondo gli esperti, appaltare lavori di mantenimento della rete stradale per 5,6 miliardi (che sono i 6,1 miliardi, meno  500.000 euro che vengono effettivamente spesi) sarebbe un affare, perché movimenterebbe l’economia, facendo salire il PIL quasi di un punto e creerebbe circa 142.000 posti di lavoro. E ci sono poi una serie di costi indiretti che lì per lì non si vedono, ma che poi si sentono. Si tratta del peso della mancata sicurezza: sulle strade secondarie infatti, ci sono ogni anno 959 vittime, vale a dire il 30% dei morti sulla strada. Non è elegante quantificare i danni economici di questa orribile strage, ma si tratta di 3 miliardi di euro all’anno, una cifra che almeno in parte potremmo risparmiarci, creando in più occupazione, lavoro per le aziende e un ritorno per le casse dello Stato. Intendiamoci, a dirla così ci vuole poco, ma in realtà, per far fruttare qualunque investimento sulle nostre strade bisogna affrontare una serie di problemi complessi. Primo. Quando la gestione delle strade provinciali arrivò alle Province (parecchio tempo fa), non furono trasferite agli enti locali le competenze per la gestione dei finanziamenti. Insomma, fu detto alle province: “fai tu”, ma non furono concessi loro i soldi per fare. E non furono spostati nemmeno i tecnici che servono per mettere a posto una strada. Quando poi, nel 2014, c’è stata la riforma delle Province, nessuno ha capito più niente e siamo ancora in una fase di grande confusione. Non basta, perché poi c’è il problema degli appalti, che non è solo una questione di malavita organizzata, ma anche di regole che bloccano l’affidamento dei lavori. Così, i soldi vengono stanziati, ma spesso non vengono spesi. E le strade rimangono lì con le loro buche e i loro soliti problemi. Che cosa bisogna fare allora?

Le strade italiane cadono a pezzi: cosa fare?

Secondo la Fondazione Caracciolo, è necessario semplificare le norme per gli affidamenti sui lavori. È possibile, perché il lavoro di manutenzione sulle strade è sempre quello, si tratta di seguire normali procedure e quindi appaltare un lavoro significa fare un “copia e incolla” da precedenti appalti. Già questo renderebbe più facile cominciare i lavori. In più sarebbe necessario coordinare su scala regionale il lavoro dei tecnici. È vero, non ce ne sono abbastanza, ma se quei pochi fossero messi in condizione di lavorare su più fronti, potremmo fare qualche passo avanti.  Proprio adesso che si sta parlando di nuovo di recessione, l’impegno sulla manutenzione della nostra rete viaria potrebbe almeno favorire il benessere del Paese. Perché non si tratta solo di dar lavoro alle aziende che fanno strade, ma anche di dare una spinta in avanti all’economia generale. Sulla rete delle vie secondarie passano camion che portano merci, in un flusso continuo. E più c’è un movimento costante, più l’economia si sviluppa (e si sviluppa – dal nostro punto di vista – il lavoro degli autotrasportatori). Insomma, avere una viabilità in ordine e ben tenuta, come ormai sappiamo da tempo, significa crescere bene, rilanciare le imprese piccole e medie e creare un terreno fertile per un progresso felice per tutti. C’è solo un problema: bisogna trovare 6,1 miliardi all’anno (e forse di più). Ce la faremo?

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