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ROUTE 66 il viaggio nella storia

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24/11/2014
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Il mito americano on the road: la storia della Route 66

La Route 66 è un mito lungo 3800 KM, il vero simbolo dello spirito americano. Scrittori, musicisti e ribelli ne hanno fatto la loro “strada madre” e a chi l’attraversa dona sempre una nuova storia da raccontare. 

Da sempre, la Route 66 è sinonimo di grandi spazi, avventura e sogno americano. Un’autostrada che è diventata il simbolo di un’intera nazione e della sua voglia di spingersi sempre oltre, di inseguire un sogno impossibile. Per trent’anni, è stata la più attraversata degli Usa e il semplice fatto che esistesse è bastato a sostenere l’economia di città piccole e grandi. Scrittori come John Steinbeck e musicisti del calibro di Nat King Cole l’hanno celebrata come l’ultima grande frontiera. Anche oggi che da arteria principale è divenuta una “autostrada della memoria”. Attraversarla è un’esperienza unica, che ognuno dovrebbe fare una volta nella vita.

Foto via: www.visitusaita.org

La Route 66: una risorsa economica durante la crisi del ’29

La United States Route 66 è stata una delle prima highway, le strade a carattere nazionale, nella storia d’America. Istituita nel 1926, andava da Chicago a Santa Monica, stabilendo un collegamento (in diagonale) tra le due coste degli Stati Uniti. Da est a ovest lungo la sua direttrice, si poteva attraversare il paese senza soluzione di continuità dall’Illinois fino alla California. La fama delle Route è legata a due eventi molto traumatici della storia americana, la cosiddetta “grande depressione” e il dust bowl.

Nell’ottobre del 1929 il crollo della borsa di New York scatenò una crisi economica senza precedenti. Milioni di americani si ritrovarono in miseria e intere popolazioni abbandonarono le zone rurali alla ricerca di un lavoro nelle grandi metropoli. Fu una catastrofe che colpì duro in tutto il paese, ma che risparmiò le comunità che vivevano a ridosso della Route 66. La strada attraversava molti piccoli paesi e la sola presenza degli automobilisti e dei viaggiatori riuscì a garantire un reddito minimo a migliaia di microscopiche imprese familiari, come aree di servizio, motel, caffè, autoricambi e piccoli ristoranti. I “figli della Route 66” ancora oggi, nonostante la strada originaria non esista più, le devono gran parte del loro sostentamento economico, ormai legato alla presenza dei turisti.

La Route 66 e le tempeste di sabbia del Dust Bowl

Negli anni trenta questa strada fu testimone di un altro gigantesco esodo di massa, quello scatenato dalle terribili tempeste di sabbia del dust bowl. Lo sfruttamento eccessivo delle grandi pianure agricole americane aveva scatenato il formarsi di nuvole di terra e sabbia capaci di oscurare metropoli come Chicago e New York. I lavoratori della terra dell’Oklahoma, del Kansas e del Texas persero tutto e, infine, lasciarono le loro case per trovare un futuro più a ovest.

La Route 66 divenne il percorso prediletto dei contadini derelitti che fuggivano dalla fame ma si ritrovavano, alla fine del viaggio, più disperati e soli di prima. Nel suo romanzo del 1940, Furore, lo scrittore americano John Steinbeck rese celebre la storia di questi agricoltori senza terra e, con essi, anche la strada che era stata il teatro delle loro speranze e dei loro patimenti. Con il libro di Steinbeck, la Route 66 divenne per ogni americano la Mother Road, la strada madre. Sei anni dopo il compositore Bobby Troup la percorse tutta per raggiungere la California.

Fu uno dei milioni di americani che in quel periodo inseguirono il sogno di un caldo eldorado sulle sponde dell’Oceano, un sogno di evasione e libertà che doveva necessariamente passare per la Route 66. Quel viaggio gli ispirò una bellissima canzone, (Get Your Kicks On) Route 66, che è diventata famosissima nell’interpretazione di Nat King Cole.

Foto via: greatdepressionott.weebly.com

Un percorso che ha ispirato anche film e cartoni animati

La Route 66 è entrata di diritto nella cultura popolare, negli anni ’60 vi fu ambientata una serie tv di grande successo che aveva per protagonisti due avventurieri a bordo di una Corvette. Persino la Disney le ha reso omaggio con il film d’animazione Cars. L’immaginaria cittadina delle automobili parlanti, Colorado Springs, si trova, per l’appunto, lungo la Route 66.

Foto via: poohadventures.wikia.com

Il declino della Route: la fine di un mito

Il declino della Route è iniziato inesorabilmente dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1956, il presidente Eisenhower lanciò un piano per la creazione di una rete autostradale che raggiungesse ogni luogo d’America.

Ben presto la Route 66 venne superata, per essere definitivamente cancellata nel 1986. Ma sessant’anni di storia americana erano più difficili da sradicare di un semplice cartello stradale. Molti degli stati un tempo attraversati dalla Route ne hanno voluto preservare il ricordo e progressivamente la strada si è trasformata in una specie di museo di se stessa, un parco tematico a cielo aperto lungo migliaia di chilometri. Oggi è possibile percorrerla quasi integralmente, soprattutto in Arizona e Missouri che nel 1990 hanno dichiarato la Route 66 “Strada d’interesse storico”. Per questa ragione, un viaggio sul suo asfalto permette di accedere a luoghi che non esistono più in nessun’altra parte d’America e del mondo. Edifici anni ’50 perfettamente conservati, caffetterie e pompe di benzina che sono gioielli di modernariato, veicoli storici di grande valore offrono al viaggiatore e al turista un’esperienza irripetibile.

La filosofia americana “On The Road”

La Route è sempre stata la massima rappresentazione della cultura “on the road”.

Non è mai stata il modo più breve per raggiungere la California partendo da est, ma ciò che chi la attraversa perde in velocità viene ampliamente ricompensato in termini di esperienze, magia e bellezze naturali. Non dimentichiamo, infatti, che questa strada permette di vedere da vicino il Grand Canyon, il Meteor Crater (un gigantesco cratere meteoritico) e il Deserto dipinto dell’Arizona. Milioni di viaggiatori, automobilisti e conducenti di camion l’hanno percorsa per lavoro, per necessità o per semplice spirito di avventura. Un’avventura che oggi rivive anche attraverso i tanti camperisti, conosciuti come il “popolo dei Winnebago”, dal nome del celebre marchio di motorhome.

Questi viaggiatori di professione la considerano una seconda casa e ne percorrono ogni angolo alla ricerca di ciò che resta del genuino spirito americano. «Perché il paradiso è essere io e mia moglie sulla Route 66 con una tazza di caffè, una chitarra da quattro soldi, una stanza di motel e una macchina in buone condizioni parcheggiata davanti alla porta». Tom Waits

 

 

 

 

 

 

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