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Camionisti internazionali: 22 giorni in carcere in Iraq

redazione by redazione
29/11/2019
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Giuseppe Rossi è un camionista internazionale; ha viaggiato a lungo in Medio Oriente, dove ha avuto un incidente per il quale è finito dentro. Ecco la sua emozionante storia…

Camionisti internazionali: la storia di Giuseppe Rossi

Andavo verso Nassirya – ci ha raccontato Giuseppe – con un 170.35 motrice a due assi e con un rimorchio a tre assi. Quel giorno portavo isolanti di vetro, era un carico rognoso, alto e instabile che mi sbilanciava. C’era vento e non conoscevo bene la strada, così mi sbagliai e persi la deviazione per il cantiere. Continuai ancora, fino a che non vidi un’autocisterna che dava acqua ai cammelli e ad alcuni beduini. Ero in ritardo, andavo a 70 all’ora, quando a un certo punto vedo una ragazzina che attraversa la strada. Freno, cerco di sterzare, ma non ce la faccio e con lo spigolo del paraurti la colpisco. In quel momento mi prende il panico. La ragazzina è lì per terra e io, in un viaggio precedente, avevo visto uccidere un turco che aveva avuto un incidente simile al mio. Non so se fosse vero, ma sapevo che c’era una legge che diceva che, in casi del genere, venivi lasciato per 24 ore nelle mani dei parenti della vittima. Quei beduini erano tutti armati e io non sapevo che fare, avevo paura. Così, misi in moto e scappai via a tutta velocità»
«Mi ripresero più tardi a causa di un fanale del camion che si era rotto. Io mi sentivo in colpa, avevo sempre davanti agli occhi quella povera ragazzina che avevo investito. Gli amici mi dicevano che non mi dovevo preoccupare, che sarebbe bastato risarcire la famiglia e che tutto si sarebbe risolto e invece le cose andarono diversamente: finii in carcere in attesa di processo. C’erano due luoghi dove potevano sistemarmi: uno stanzone molto grande con una cinquantina di carcerati e una stanza un po’ più piccola con 6 o 7 poveracci come me. C’erano 60° e si moriva di caldo, si mangiava malissimo e quella brodaglia che mi davano, all’inizio non la toccavo nemmeno. Si dormiva per terra usando una coperta come materasso. E si stava veramente male!».

Camionisti internazionali: in carcere in Iraq

«Proprio in quei giorni era nata mia figlia e io pensavo a lei e mi vedevo davanti la ragazzina che avevo investito. Ero in preda all’angoscia e avevo i nervi a fior di pelle. Anche perché era difficile andare d’accordo con i miei compagni di cella. Ce n’era uno che camminava sempre sulla coperta sulla quale dormivo. Una volta lo fermo e, con calma, gli faccio capire che non mi va che mi sporchi il posto dove dormo. Lui non mi sta nemmeno a sentire e dopo un po’ ricomincia. Così, quando lo vedo che passa ancora una volta sulla mia coperta, esplodo. Lo prendo per il collo, lo sbatto contro il muro e parlandogli in inglese, in arabo (quelle due parole che sapevo) e in bergamasco, gli faccio capire che non deve provarci più. Me lo levano dalle mani prima che sia troppo tardi… ma da quella volta il tizio si è tenuto lontano dalla mia coperta» Ho passato 22 giorni lì dentro, con l’angoscia, perché volevo far avere notizie alla mia famiglia e volevo mettermi in contatto con il cantiere, in modo da sentire che cosa succedeva. Avevo fatto amicizia con un tenente che mi aveva preso a benvolere e che, quando era possibile, mi faceva telefonare, ma me lo permetteva solo di sera, quando al cantiere non c’era più nessuno e io avevo un’angoscia che non mi  lasciava mai. Per fortuna, la ditta per cui lavoravo pagò la cauzione e fui liberato. Ma non potevo andare via, perché c’era il processo. E, da quelle parti, il pericolo era di essere condannato a morte». Quando racconta questi episodi, Giuseppe si commuove ancora: il ricordo della figlia appena nata, il rimorso per quell’incidente, la tensione di quei giorni in prigione gli tornano tutti in mente con forza, anche a distanza di tanti anni. Ma c’è spazio anche per le situazione paradossali…  «A un certo punto – spiega Giuseppe – prima del processo, incontrai il padre della ragazzina. Io ero in lacrime, veramente disperato e lui… non me lo sarei mai aspettato, mi faceva coraggio. Sua figlia era morta e lui mi consolava. Era stato risarcito, l’assicurazione aveva pagato e si sentiva soddisfatto. In Iraq, in quegli anni, se morivano una donna o una bambina, non era considerata una tragedia. E infatti qualcuno mi disse che, se gli avessi ammazzato una pecora, si sarebbe arrabbiato molto di più! Insomma, al processo, testimoniò che non avevo colpa. Così, mi rilasciarono, ma non potevo partire. Dovevo rimanere ancora un po’ per alcune pratiche burocratiche e rimasi nel cantiere altri due mesi. Mi offrirono perfino di lavorare lì, ma io non ci pensai nemmeno. Volevo tornare a casa…».  I miei colleghi cominciarono a elaborare un piano: “Tu devi scappare – mi dicevano – sennò qui ci rimani per chissà quanto tempo”. Io non volevo, avevo paura di correre altri rischi e poi non avevo nemmeno il passaporto. Per quello però non c’era problema, perché quando si attraversavano tante frontiere, finiva che il passaporto si riempiva di timbri e bisognava farsene dare un altro per continuare a viaggiare. Molti autisti, però, lasciavano le ultime pagine bianche e, per prudenza, non restituivano il passaporto. In questo modo si trovavano tutti con una piccola collezione da utilizzare quando si trovavano in difficoltà. I miei amici insistevano e io dicevo sempre di no, perché volevo fare le cose in regola, ma alla fine la nostalgia e la voglia di vedere mia figlia ebbero il sopravvento». Ero stato assolto, non ero detenuto e andarmene non era un reato terribile… così, una mattina alcuni miei colleghi e io partimmo senza dire niente a nessuno. Alla dogana consegnai il passaporto che mi avevano dato. Era di un altro camionista, biondo e alto il doppio di me, ma nessuno se ne accorse e, dopo un viaggio che non finiva mai, potei riabbracciare la mia famiglia. Da allora non sono mai più tornato in Iraq, però ho cominciato ad andare in Russia. Perché ti può capitare un incidente, ma se hai passione, non puoi fare a meno di continuare a viaggiare…

 

Tags: camionista internazionale
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