31 Gennaio 2020

Storie di camionisti: come sono finito a lavorare in Nuova Zelanda

Una storia di un camionista, Germano, che a 60 anni ha scoperto una sua passione segreta e si è trasferito in Nuova Zelanda per provare a fare quello che aveva sempre sognato. 

«Ho passato la vita a sognare di fare il camionista. Per anni mi dicevo: “Adesso mollo tutto e mi metto al volante” e invece niente, per un motivo o per l’altro, alla fine facevo sempre marcia indietro. D’altronde, che cosa potevo chiedere alla vita?». Comincia così la testimonianza di Germano Calaggio, camionista coraggioso, che si è trasferito ad Auckland, in Nuova Zelanda, a quasi 60 anni e ha cominciato lì una nuova vita inseguendo un sogno che coltivava fin dall’infanzia. «In Italia – continua Germano – lavoravo in un magazzino di logistica e, forse, non era il migliore dei lavori, ma mi dava da vivere comodamente. E poi avevo una famiglia cui volevo bene e con cui mi  piaceva stare, non c’era un motivo al mondo che mi spingesse davvero a cambiare le cose. Però, quando vedevo i camionisti che arrivavano con quei bestioni, li guardavo con ammirazione… tanto che mi ero preso anche la patente e, con l’aiuto di qualche “collega” (adesso li posso chiamare così), ho fatto un po’ di pratica. Poi, all’improvviso, è crollato tutto e mi sono trovato con la vita rivoltata come un calzino!».

Fare il camionista in Nuova Zelanda 

Il cambiamento di Germano comincia quando sua moglie si ammala gravemente e, dopo qualche settimana, viene a mancare. «Sono stati giorni tristi – racconta il nostro amico – e io non sapevo più che  fare. Avevamo una figlia grande che si era sposata qualche mese prima (mia moglie aveva fatto in tempo a venire al matrimonio) e, a un certo punto, mi sono sentito completamente solo». Ma quel momento di smarrimento dura poco, perché Germano decide di reagire e si trasferisce in Nuova Zelanda, per inseguire il suo sogno. «Qui, la gente – ci spiega – mi chiede chi me lo ha fatto fare di lasciare l’Italia per questa terra bella e incontaminata, ma che è anche isolata e spesso difficile, ma io spiego a tutti che mia moglie era neozelandese. C’eravamo incontrati a Firenze (perché lei faceva la guida turistica) e non ci eravamo più lasciati. Per un po’, durante un periodo difficile della nostra vita, perché avevo perso il lavoro, avevamo pensato di trasferirci da lei, così avevo fatto le pratiche per prendere la cittadinanza. Tanto l’inglese lo avevo imparato in casa, stando con lei, e mi bastava solo prendere l’aereo e cambiare vita. Invece l’ho fatto quando mia moglie se n’è andata. Ho pensato che forse era un modo (un po’ da matto) per continuare a stare con lei». Così, Germano sistema i suoi affari (e la pensione) e vola in Nuova Zelanda. «I parenti di mia moglie – continua – mi hanno accolto benissimo, mi hanno aiutato con le pratiche per la residenza che, anche se sei cittadino kiwi, sono molto complicate e mi hanno trovato subito una casa (piccolissima, perché qui gli affitti sono cari). E io mi sono messo a cercare lavoro. Ovviamente  come autista. Non ci crederete, perché non ci credevo nemmeno io: mi hanno subito preso per una sostituzione presso un’azienda che fa trasporti per DHL. Mi hanno fatto fare un paio di manovre sul piazzale e mi hanno dato un Volvo 540, con la livrea classica gialla e rossa, con guida a destra (perché qui si va come in Inghilterra) e sono partito. Insomma, a 60 anni, in un Paese che non conoscevo, mi sono seduto al volante di un camion pazzesco… e mi sono sentito subito al mio posto! Ho capito che in quel momento stavo realizzando un sogno lungo quasi una vita».
«Dopo tre mesi – spiega Germano – visto che lavoravo bene e che non davo fastidi, invece di cacciarmi via perché era scaduto il tempo della sostituzione, mi hanno rinnovato il contratto. E sono andato avanti per un anno facendo viaggi un po’ dovunque, soprattutto nell’Isola del Nord (la Nuova Zelanda è divisa in due isole, quella del Nord, che è più grande, più popolata e più industriale, e quella del Sud, che è più piccola e più tranquilla… anche troppo!). Fatto sta che incontro Mike Upper, autotrasportatore di Christchurch, nell’Isola del Sud. In generale, la Nuova Zelanda è un posto lontano da tutto. Se vivi ad Auckland o anche a Wellington, lo percepisci di meno, perché sono comunque città importanti, ma se finisci a Christchurch, che ha un po’ più di 300 mila abitanti, il peso della solitudine si fa sentire. Hai l’impressione di trovarti in quelle isolette con una palma sola, dove si trovano i naufraghi delle barzellette. Lì però, la natura si presenta con tutta la sua selvaggia potenza: ci sono boschi, spiagge fantastiche, animali, ma anche bufere di vento a 160 all’ora e terremoti che quelli dell’Aquila o di Amatrice, in confronto, fanno ridere»

Una nuova vita da camionista in Nuova Zelanda 

«Mike – continua il nostro amico – mi offre un buon lavoro: si tratta di prendere container a Christchurch e di portarli a Picton, che è abbastanza vicina e quindi la notte posso tornare a casa. Mi dà un altro Volvo, simile a quello che ho guidato per DHL, ma più nuovo e soprattutto mi dà più soldi. Non so perché gli dico di sì, forse penso ancora troppo a mia moglie e ho bisogno di un altro cambiamento, forse perché Mike è la cosa più vicina a un amico che sono riuscito a trovare in Nuova Zelanda e ho capito che si trova nei guai… in ogni caso, mi decido e faccio il grande passo».
«E qui – continua Germano – nella città più solitaria della Nuova Zelanda, scopro qualcosa di me che non sapevo di avere. Primo, mi rendo conto che i camionisti kiwi sono bravi, disciplinati, puntuali… e tutto quello che volete, ma un mezzo camionista italiano come me, uno con poca esperienza e solo con un po’ di passione, se li mangia tutti in un boccone. Poi scopro che la strada che va da Picton a Christchurch non c’è più, è stata distrutta da un terremoto e che, mentre le autorità la riparano, bisogna prendere una specie di viottolo di campagna che – dicono da quelle parti – è una “comoda alternativa”. La faccio una volta e vedo subito un camion rovesciato. Vado avanti, camminando pianissimo e mi sorpassa un matto che dev’essere la prima volta che sale sul camion. Lo trovo a Picton e gliene dico quattro, ma l’idea è che, tra strade terremotate, alternative avventurose e camionisti che non sanno fare il loro mestiere, qui sto rischiando la vita. Così, quando torno a Christchurch, vado da Mike e gli dico che io quella strada non la faccio più e che se insiste, sono pronto a tornarmene ad Auckland». Quello che Germano non dice è che l’amico Mike gli ha dato un’altra rotta (verso Nelson), ma soprattutto che la sua presa di posizione è stata condivisa da un gran numero di autisti di quelle parti. Insomma, oltre a scoprirsi in tarda età un talento da camionista  Germano si è dimostrato un uomo senza paura, capace di combattere le sue battaglie e di correre anche qualche rischio per le sue idee. «Per forza – conclude – sono salito su un camion con tanto ritardo che adesso  non posso farmi ammazzare da qualche autista mezzo matto. Datemi almeno il tempo di godermi la mia passione e questi pochi anni che mi rimangono al volante di un camion che mi piace».

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